A volte mi domando persino se gli amici esistono.
A chi crede nell’amicizia, “quella vera” dicono, pongo un quesito: se tu potessi salvare la vita al tuo migliore amico rinunciando a tutto, ma proprio tutto quello che possiedi, senza che lui e nessun altro possa mai venire a conoscenza del tuo nobile gesto, sei sicuro che lo faresti? Sei sicuro che, magari, non ti giustificheresti codardemente, adducendo, per esempio, il futuro della tua prole (nobile ed altruistica motivazione!) come giustificazione del tuo tradimento dell’amico sfortunato?
Per quanto mi riguarda, i miei amici si contano sulla meta’ delle dita di una mano, e non ho il coraggio di pormi la scomoda domanda.

Riprendo a camminare, cercando di immaginare quel bel lago lassu’ che dice il cavaliere. Scaccio subito dalla mente il desiderio nascente di vedere il lago, di porre una meta al mio girovagare inutile. Che inutile deve restare per darmi gioia.
La giornata e’ sempre piu’ splendente, i colori della natura esplodono, (sara’ per via dei raggi ultravioletti?). I colori mi inebriano, i rumori lievi e lontani attirano la mia attenzione. Gli odori sono aromi (il sigaro puzzolente si e’ ormai spento). Da tempo i miei sensi non si svegliavano cosi’, prestando attenzione al mondo, alle sfumature, ai dettagli. E deve essere proprio questa esaltazione dei sensi, che tutti insieme inondano il cervello con fiumi di emozioni (piu’ scientificamente direi: dati), a creare il senso di benessere, l’estasi che mi pervade. E’ un’ubriacatura salutare, ottenuta senza l’uso di alcol od altre sostanze costose e nocive.
La mente corre da sola, a ruota libera, e vecchi ricordi riaffiorano dal groviglio ormai diradato dei miei neuroni.
Ad esempio, quella cresta montagnosa a sud de La Pepa, bosco a parte, mi rammenta la mia Cima Longoira, bianca montagna delle Alpi Marittime fra Mentone e Ventimiglia, territorio magistralmente descritto da Francesco Biamonti nei suoi racconti. Da qui, nel giugno 1940, le nostre truppe partirono baldanzose alla conquista della Francia gia’ sconfitta dal nostro alleato, e vennero fermate a poca distanza. Su questa stessa montagna, quasi cinque anni dopo, i soldati sconfitti del Terzo Reich mantennero per mesi le posizioni sotto la pioggia di ferro e fuoco dei Francesi che a loro volta volevano conquistare l’Italia. In gioventu’, vi trovavo ancora pezzi di elmetti, borracce ed altri resti dell’equipaggiamento di quei poveri ragazzi italiani, germanici, francesi e americani mandati a morire lassu’ per niente. O per meglio dire, per riassestare gli equilibri economici del mondo.
Solo per i vincitori hanno eretto bei monumenti e collocato lapidi, i perdenti erano tutti cattivi e devono espiare le colpe dei loro governanti balordi.
Mi siedo a riposare, seduto su una roccia al bordo di un precipizio che si affaccia su un torrente. Il torrente rumoreggia al fondo, intento a levigare la roccia da milioni di anni. Dubito che mai essere umano abbia percorso le sue sponde erte e ricoperte di vegetazione impenetrabile. Immagino di lanciarmi, colle braccia aperte a croce, convinto di poter prendere il volo come nei sogni e sorvolare il torrente, raggiungendo il versante opposto.
Rimando il volo ad un momento piu’ opportuno, seppur cosciente della difficolta’ di conservare la dignita’ e il coraggio, seguendo l’esempio dello scorpione, quando ogni speranza muoia.

Una bella lucertola verde vivo, con la coda blu, fa capolino da una pietra e mi osserva, con la testolina obliqua. Il suo cervello primordiale, informato dagli organi sensoriali, sta calcolando se io passo per la sua bocca o lei passa per la mia. Cautamente si insinua in una fessura e continua a spiare le mie mosse.

Mi rialzo, senza sapere quanto tempo sia rimasto seduto. Sono in giro da diverse ore, non so quante e non sento il bisogno di consultare un marcatempo (ce n’e’ uno nel telefono). Il sole mi dice che e’ circa mezzogiorno, e batte forte. Oggi non l’ora segnata da uno strumento, ma i miei desideri decidono le mie mosse. Marciare, riposare, salire ancora, ritornare…

Accanto a me scorre un ruscelletto fresco.

“Quando si suda non si deve bere!”
“L’acqua corrente puo’ contenere dei microbi”
“Io bevo solo acqua a basso contenuto di sodio”
“Quando sei accaldato, se bevi acqua fredda ti prendi la congestione”

Mi chino a bere, succhiando l’acqua direttamente con la bocca come farebbe un altro animale. (Sono forse diverso?)
Ci fossero anche i batteri, li debellero’.

“Quando si e’ sudati non bisogna bagnarsi la testa”
La immergo decisamente nell’acqua. Sopravvivo anche a questo pericolo, senza alcun danno.

A questo punto, mi prende la voglia di buttare via gli scarponi, e proseguire scalzo. Ci rinuncio, pensando che domani dovro’ lavorare 13 ore calzando gli scarponi anti-infortunistici con le punte di acciaio, gli stessi che indosso ora, e coi piedi piagati non sarebbe pratico.
Dopo avere ripreso il sentiero, mi trovo davanti al viso un vermetto verde, appeso al suo filo sottilissimo, con cui si sta calando dal ramo di un albero. Lo prendo su un dito: cammina formando una omega e ogni tanto si guarda intorno curioso. Mi sembra identico a quelli che osservai molti anni fa, da adolescente, durante l’ascesa alla Cima dell’Arpetta, una montagna alta 1.612 metri sul livello del mare alle spalle di Breil Sur Roya. Furono 1.400 metri di salita ininterrotta. Ricordo perfettamente il punto del sentiero in cui vidi il bruco, ricordo anche il detttaglio di mio padre che accusava un dolore al ginocchio. Durante vari decenni questi ricordi erano rimasti impigliati fra i miei neuroni; incredibilmente la vista dell’animaletto li ha riportati a galla. Tutto perche’ la mente e’ libera di funzionare a suo modo. Quel giorno la’, sulla cima, in un luogo appartato e poco frequentato, trovammo un fortino della Seconda Guerra Mondiale. Aveva sopportato la guerra e mezzo secolo di intemperie senza mostrarne i segni, salvo qualche sbreccolatura qua e la, ed i licheni, che ne ricoprivano la facciata a nord. Provai tenerezza ed affetto per quel solitario e solido blocco di cemento dimenticato lassu’ e mi vennero fuori questi versi:

Vecchio fortino di cemento armato
Da quanti anni ti hanno abbandonato?
Ti fanno compagnia soltanto il vento
E la vipera, che dorme nel fossato

Sono stati gli unici versi della mia sterile vita. Dedicati proprio a lui, con solidarieta’.

In una radura trovo dei cespugli di more, ne mangio alcune manciate. Sono mature e buone, qualcuna sa di cimice.
Completo il pasto con un fungo da pino crudo, che ho solo pelato con una scheggia di sasso. Fa capolino un vermetto paffuto e roseo, lui credeva di diventare grande, o qualche specie di farfalla, invece io lo mangio con gusto, assieme alla polpa del fungo.

Adesso c’e’ un bel sole ma non mi dispiacerebbe se anche piovesse.
Vorrei che l’acqua mi scorresse fredda fra i vestiti e la schiena, e mi bagnasse il viso. Per poter dire: non mi preoccupo della pioggia. Non mi preoccupo del freddo. Non mi preoccupo di niente. Sono qui, sono parte del bosco, sono parte delle rocce, sono parte della montagna. I miei atomi faranno parte di altre rocce che non esistono ancora e che qualcuno un giorno perforera’ o scavera’ come faro’ io domani in cantiere. Tra qualche miliardo di anni potrebbero trovarsi in qualche stella partecipando a reazioni di fissione nucleare e trasformandodosi, in parte, in energia, che percorrerebbe l’universo.

Ora ci vorrebbe una femmina, una che pensi come me o anche una di quelle oneste, che ti chiedono un contributo alla vita modico ed anticipato. Non mi chiederei se e’ sana o malata. Ma nel bosco non ce ne sono, e quando arrivero’ dove ce ne sono non mi interesseranno piu’ perche’ non saro’ piu’ come adesso. Tornero’ savio, prudente e morigerato come si conviene ad una persona seria.

Il sole scende ad ovest, tra poco si tuffera’, come fa tutti i giorni da molto tempo, dietro le montagne della Cordillera.
La luce dorata annuncia il finale, come la sfumatura in un vecchio film in bianco e nero. Mi avvio verso l’accampamento, ho camminato tutto il giorno. Anche la stanchezza e’ parte della vita ed e’ cosa buona.

Giungo in stanza. Oggi non ho combinato niente di utile…

P.S.
Rileggo i miei appunti dopo qualche giorno, dopo aver lasciato decantare le idee.
Mi accorgo di avere scritto una raccolta di ricordi, idee, sensazioni, pensieri, il cui filo puo’ sembrare difficile da seguire. Tuttavia un filo c’e’, niente e’ venuto fuori per caso, e dal complesso prende forma un’idea: non serve molto per vivere meglio, e non dovrei permettere mai piu’ a nessuno di rovinarmi l’esistenza, nemmeno per un minuto. Tanto meno per denaro. Facile a dirsi… infatti ho usato il condizionale.

Autore: Franco Garelli