Enrico era un ometto buffo, magro magro, dalla folta barba bianca, gli occhiali tondi e quello sguardo intelligente perso in un mondo tutto suo.
Era diventato famoso in tutto il mondo per le sue invenzioni: un mattino si era alzato di buon ora e si era rifugiato nel suo studiolo per rimanere chiuso lì dentro, senza uscire neanche per mangiare un boccone, per una settimana abbondante.  Ne era uscito poi trionfante con il progetto di un motore che funzionava a limonata:  l’umanità – i coltivatori di limoni in particolare – gli fu grata e, da quel momento, ogni volta che Enrico annunciava una nuova invenzione, tutto il mondo rimaneva con il fiato sospeso nell’attesa di scoprire che altra meraviglia avesse ideato quell’ometto geniale.
Vennero così le bolle di sapone che non scoppiavano, i computer che non si guastavano mai e i televisori che cancellavano le brutte notizie dai telegiornali: ogni volta era un tripudio e l’attesa per l’invenzione successiva diventava sempre più trepidante.
L’annuncio più incredibile arrivò in una fredda giornata d’inverno: Enrico, mentre si lavava i denti davanti allo specchio, pensa e ripensa, aveva capito il senso della vita ed era pronto a rivelarlo al mondo.
I titoli dei giornali furono trionfanti: “Enrico scopre il senso della vita!”, “Finalmente sapremo da dove veniamo e dove andiamo!”, “Grazie ad Enrico cade l’ultimo grande mistero!”.
Subito i capi di stato di tutto il mondo cominciarono a tempestare Enrico di telefonate: il presidente russo voleva assolutamente che questa sensazionale scoperta fosse rivelata prima a lui che al presidente americano, di contro il presidente cinese pretendeva che i tibetani rimanessero esclusi da una rivelazione tanto eccezionale. Ognuno diceva la propria e nessuno tollerava l’idea che qualcun altro potesse venire a conoscenza in anticipo della notizia del millennio.
Enrico decise pertanto, per non far torto a nessuno, di rivelare la sua scoperta a tutti contemporaneamente: fissò il giorno e l’ora e diede appuntamento ai giornalisti sull’uscio di casa perché raccogliessero le sue dichiarazioni.
Il giorno prefissato una gran folla si assiepò davanti all’abitazione del geniale inventore: carta stampata, televisioni, semplici curiosi, erano tutti lì.
Arrivò l’ora, tutti gli occhi erano puntati sulla porta di ingresso, ma nessuno uscì: via via che i minuti passavano la folla era sempre più impensierita, tutti sapevano che Enrico era un uomo estremamente preciso. Un giornalista di una importante testata inglese, alla fine, provò ad abbassare la maniglia della porta e scoprì che era aperta: non ci pensò due volte e, chiedendo permesso, entrò. Alcuni altri lo seguirono e, non ricevendo risposta ai loro “Enrico? Dov’è? Possiamo?”, salirono al piano superiore: lo trovarono steso sul letto, esanime, con ancora indosso i suoi occhiali tondi.
Il più attento dei giornalisti presenti scrisse poi che, quello che aveva visto, non era un morto come qualsiasi altro gli era capitato di vedere: era un morto felice, un grande sorriso attraversava il volto di Enrico, gli occhi aperti parevano vivi e gioiosi.
Un matematico molto famoso, Fermat, aveva annunciato di aver dimostrato un teorema riguardante un’annosa questione che tormentava le grandi menti di tutto il mondo: non fornì però tale dimostrazione sostenendo che era troppo lunga per farla stare nel poco spazio di un foglio e che, per altro, non era nulla di particolarmente complesso. Generazioni di matematici si arrovellarono e solo dopo molti secoli si riuscì a trovare la dimostrazione all’ultimo teorema di Fermat.
Anche Enrico aveva annunciato di possedere la dimostrazione al più grande teorema dell’umanità, ma se ne andò senza rivelarla: rimase solo il suo ultimo sorriso a rassicurare che quel che viene dopo è felicità. All’umanità la dimostrazione, neppure troppo difficile.

Autore: Tommaso Bombardelli

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