Eva Elide

Sì, ebbene, lo ammetto, io ho vissuto delle situazioni uniche, forse ad altri quasi incredibili, ma così è!
Prima figlia di una coppia dell’alta nobiltà milanese, quella ricca già da generazioni, con un albero genealogico intricato con i potenti del mondo, proveniente dal centro-europa, imparentata con la casa imperiale russa, addirittura, e per questo tanto forte da passare indenne tutti i travagli storici del secolo passato, ma non troppo intelligente né matura da cercare di capire la propria figliolanza.
Noi siamo quattro, tre femmine ed un maschio, nate non in questo ordine ma comunque siamo così.
Io, come già accennato, sono la primogenita, Eva, grande fantasia la scelta del mio nome, poi Miriam, la seconda, due anni più giovane poi Alessio ,il maschio, con la M, ed infine Natascia, ultima.
Il nostro grado di nobiltà è paragonabile a quello del conte italiano, perciò noi tre donne fummo da subito ”contessine” ed anche Alessio lo era, ma in attesa di essere incoronato DUCA, in quanto unico maschio, alla morte di nostro padre.
Per noi ci fu una educazione ferrea, come allora si intendeva, interne in scuole rigorosamente private: io fui spedita in una di Monza, le altre due femmine una a Saronno e l’altra a Varese; solo ad Alessio fu concesso una scuola privata milanese, relativamente vicino casa nostra.
Io entrai in Monza che avevo appena sei anni e vi rimasi fino alla maturità classica: tredici anni rinchiusa tra le classiche quattro mura, dove ogni necessità di tenerezza veniva negata, abiurata, reietta.
Era un inferno, almeno così io lo vivevo.
La pesantezza non era poi tanto nella disciplina oppure nello studio, ma nella uggiosità delle giornate, ripetitive, sempre uguali, e nell’impossibilità di vivere il mio tempo.
Così mi furono cancellate tutte le sensazioni che le mie coetanee, fuori dal collegio, provavano o stavano vivendo: un colpo di spugna su tutto, una bella lavata, una bella asciugata alle lacrime e via, camminare!
Mi ritrovai alla soglia dei dodici anni, già donna, quasi per caso, senza saperlo, senza conoscenza, senza coscienza, quasi totalmente ebete.
Però in quell’estate accadde qualcosa che mi stravolse completamente, radicalmente, mi rivoltò del tutto.
Durante le vacanze estive fui spedita, sola e tipo pacco postale, da nostri certi parenti emiliani, di Ferrara per l’esattezza: io già li conoscevo bene ed avevo da tempo un certo feeling con Fiorella, la figlia minore dei nostri cugini, che quell’anno però trovai cambiata, molto cambiata.
Fiore, come la chiamavamo tutti, mi pareva più vivace, spensierata, diversa, quasi più grande di me, eppure eravamo coetanee: a volte assumeva atteggiamenti quasi sfrontati, irriverenti, audaci in una parola.
Mi sentii totalmente affascinata da lei, soggiogata: era nostra abitudine passare molto tempo assieme parlando, giocando, sognando, girando in bicicletta sull’Addizione Erculea, nel grande viale alberato che ancora oggi circonda la città ed una mattina Fiore mi propose di andare fino ad un punto preciso del grande fiume, su di un’isola particolare, raggiungibile con poca spesa su di una barca, per un’avventura dal sapore quasi piratesco, descrisse lei.
Io accettai subito, naturalmente, e la seguii pedalando alacremente fino all’imbarcadero, dove fummo traghettate, senza non pochi problemi, sull’isola famosa.
Una volta sbarcata mi trovai catapultata in una realtà da favola: forse l’acqua, il sole, gli stridii degli uccelli sugli alberi della riva, ne ero così stordita che mi girava un poco la testa perfino ed in quelle condizione non mi accorsi che non eravamo sole; quasi dal nulla erano comparsi due ragazzi, poco più grandi, forse, di noi due e che si presentarono: Paolo e Leone.
Capii subito che tra Paolo e Fiore c’era qualcosa più che amicizia perché lei lo baciò sulla bocca, a lungo, ardentemente, come io avevo visto fare solo per un attimo in un film che fu proiettato in collegio, e subito la scena fu bloccata con relativa accensione delle luci in sala.
Rimasi a bocca aperta vedendo la veemenza di mia cugina perché mai mi sarei aspettata una cosa del genere… intanto Leone mi si era avvicinato, mi guardò un poco, mi accarezzò i capelli, il viso, il collo, dolcemente, quasi con pudore ed appoggiò le sue labbra sulle mie, sempre delicatamente.
Fui pervasa da un’ondata di piacevoli fremiti, un po’ strani, mai provati, e risposi al bacio: lui mi allargò le labbra insinuandovi la sua lingua, io aprii la mia bocca, forse un po’ troppo, e poi tutto fu in un attimo.
Mi trovai distesa sull’erba, con le mani del ragazzo che ciancischiava con il mio vestito, che cercava i miei seni, allora piccoli, e che poi scendeva giù, fin sotto la gonna, fino alle mie mutandine, fino a sfiorare la mia ancora imberbe intimità; scosse elettriche in me, da inarcarmi la schiena, ed un calore montante laggiù, in mezzo alle gambe, dove un qualcosa di nuovo e caldo pareva sgorgare da un punto, fino ad allora, definito tabù dalla corrente morale cattolica, già da allora ipocritamente perbenista.
Ed allora mi abbandonai, totalmente, alla nuova esperienza e lasciai fare: lui, sempre baciandomi, sfilò i miei slip, lasciandomi però con scarpe, calzettoni bianchi e pompon annessi, si abbassò i pantaloni, denudando una cosa strana, simile ad un fungo rosaceo, attaccato al suo corpo, svettante verso l’alto.
Si inumidì l’indice ed il medio della mano sinistra, mi bagnò con quelle in mezzo alle mie gambe, mi venne sopra ed entrò in me, baciandomi sempre, profondamente, più a lungo.
Provai un dolore simile ad uno strappo, là, in basso, un qualcosa sempre di caldo che mi bagnava le cosce poi più nulla, se non un movimento dentro di me, come in un’altalena, su e giù, avanti ed indietro, per pochi secondi, finché Leone non uscì da me saltando all’indietro, quasi fosse stato morsicato da un insetto ed emettendo un urlo poco umano mentre fuoriusciva dal suo fungo un liquido biancastro, denso, a fiotti, che andarono ad inumidire l’erba tra le mie gambe.
“Ti è piaciuto? Son saltato via da te per evitare che potessi rimanerci!”. Frasi incomprensibili, ermetiche per me, pensai fossero di rito: infatti me le sentii ripetere più volte nel corso della mia vita.
Eppoi, fatidica: “Tu sei venuta?”. Allora rialzai la schiena, rimanendo seduta, lo guardai, mi guardai intorno, girando lo sguardo e mentre Leone si abbottonava i calzoni con voce serafica chiesi “Da dove?”.
Questa fu il mio primo accesso al sesso: tanto liquido organico, di ogni tipo, sparso un po’ ovunque, una colata di mio sangue sulle cosce, un poco di bruciore ed quella domanda finale che mi fece intendere Leone come un intrallazzatore economico, quasi fosse il controllore per i biglietti della traversata, insomma che fosse invischiato in un mercato di esseri umani gestito dal barcaiolo che fin lì ci aveva traghettate.
Ancora in preda a giramenti di testa ed a complessi di colpa inenarrabili per la mia età tornammo a casa: chiaramente anche Fiore doveva aver subito lo stesso trattamento da Paolo ma lei sembrava tranquilla, fresca e riposata, quasi avesse fatto una passeggiata tra il verde e non un atto sessuale completo.
Ma con sua madre, Adriana, le cose si complicarono un poco perché capì subito che cosa era avvenuto, forse per sensibilità materna oppure per quel sentore di ormoni di giovane maschio che ancora noi due emanavamo, la mamma di Fiore colse al volo l’avvenuto fattaccio: prese Fiore per un braccio e la chiuse in camera sua urlandole oscenità in rigoroso dialetto ferrarese ed anch’io, conoscendolo perfettamente, mi sentii arrossire per le volgarità urlate alla ragazzina; poi fu il mio turno.
Senza guardarmi, anzi ignorandomi a bella posta, chiamò Milano, casa mia: non capii chi fosse all’apparecchio dall’altra parte e neppure il racconto di Adriana ma dopo circa tre ore arrivò la nostra auto guidata da Ambrogio, il nostro chauffeur, con mio padre accigliato che ringraziò Adriana, mi spinse in auto e si partì subito, senza dire una sola parola, per la Lombardia. Ma non venni portata a casa, bensì in collegio, dove mi aspettavano già le reverende suore, poi di corsa sulle scale, fino in camera mia, buttandomi sul letto ma senza versare lacrime che sarebbero state inutili tanto ormai la famiglia aveva deciso il mio futuro
E sentivo una rabbia sorda crescere in me…

Autore: Bobo

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